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Robot: così vicini o così lontani?

In un contesto dove assumono sempre più rilevanza i concetti di Industry 4.0 e Smart Factory (Fabbrica Intelligente e Connessa), il ruolo dei robot acquista una posizione preminente.

Se da un lato sono innegabili i benefici in termini di efficienza che l’automazione porta alla produttività delle aziende, dall’altro è aperto il dibattito tra chi afferma che i robot ridurranno i posti di lavoro disponibili per le persone – con ovvie conseguenze in termini di occupazione – e coloro che invece sono certi che l’introduzione dei robot porterà a una riqualificazione del lavoro degli attuali operatori e alla ricerca di nuove figure professionali (come ad esempio il programmatore robot).

Solo il tempo potrà dare ragione a uno o all’altro, quello che ci interessa mettere in rilievo è che l’aumento di robot industriali e collaborativi specializzati in specifiche mansioni porta con sé l’aumento della domanda di software sempre più personalizzato in base alle proprie esigenze produttive.

In tempi non ancora sospetti, correva l’anno 1970 e il futuro della robotica appariva carico di promesse e opportunità, in Giappone il Prof. Masahiro Mori formulava la sua ipotesi che è nota come “Uncanny Valley” (lett. Zona perturbata).

Si tratta di una teoria interessante che analizza in forma di curva le emozioni generate nelle persone dai robot antropomorfi industriali e umanoidi: più un robot “assomiglia” agli umani più la sua presenza viene accettata. Pertanto se un robot assume un aspetto fisico (visivo e tattile) riconoscibile come umano, viene riconosciuto come qualcosa di familiare e quindi la sua presenza accettata.

Esiste però un momento nel passaggio da robot semplice (come gli elettrodomestici o i robot antropomorfi) a robot umanoidi in cui scatta nelle persone un senso di sconcerto e diffidenza, e quindi di rifiuto; questo perché si rivela la natura del robot e l’intento dei progettisti di dargli una forma umana, provocando un certo disagio.

Questo intervallo che intercorre tra la verosimiglianza e l’emulazione perfetta è definita da Mori “uncanny valley”, ed è una delle questioni più complicate da risolvere per la robotica, perché non coinvolge più la tecnologia ma entra nella sfera delle emozioni e dell’esperienza umana.

In ogni caso, a livello industriale si può constatare come negli anni i robot abbiano assunto un aspetto sempre meno “meccanico”, con un occhio di riguardo al design anche dei semplici robot delta, in modo particolare in questi ultimi tempi, con l’avvento dei robot collaborativi (anche per questioni di sicurezza).

Anche a livello di movimento si sono investite risorse perché questo fosse sempre più fluido e performante; per incrementare le prestazioni, certo, ma anche per rendere possibile la convivenza nella stessa linea con gli operatori. Il controllo del movimento, insomma, è molto importante per incrementare il grado di approvazione dei robot, industriali e di servizio, e oggi i robot sono tutti caratterizzati da movimenti fluidi e comportamenti che richiamano l’esperienza umana (decelerazione, arresto, ripresa).

Oltre all’aspetto puramente meccanico, a fare la differenza è il software che controlla braccio e assi di movimento. Per questo motivo saranno sempre più richieste figure professionali che conoscono i linguaggi di programmazione dei robot e che sapranno tradurre le esigenze specifiche delle aziende in righe di codice e poi in robot industriali efficienti, assicurando la massima competitività e la cooperazione tra operatori e robot.

Approfondimenti: www.androidscience.com/theuncannyvalley/proceedings2005/uncannyvalley.html

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